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L’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività) è un disturbo del neurosviluppo che colpisce bambini e adulti, influenzando attenzione, autocontrollo e regolazione motoria. Sebbene spesso venga associato prevalentemente all’infanzia, persiste nell’età adulta nel 50-70% dei casi, con sintomi che evolvono ma mantengono un impatto significativo sulla vita quotidiana. Questo articolo ha come obiettivo quello di spiegare cos’è l’ADHD, quali sono le cause, e i trattamenti, e perché è importante fare la giusta diagnosi.

ADHD è un disturbo del neurosviluppo, non una moda del momento

Nonostante vi siano ancora delle resistenze nel considerare l’ADHD una reale condizione psicopatologica, oggi (a causa anche della disinformazione da social selvaggio) si rischia di svalutarne la reale diffusione a causa di etichette come “la moda del momento”. È quindi fondamentale che si faccia una adeguata psicoeducazione sul disturbo e che le diagnosi vengano effettuate da professionisti competenti in questa specifica area. Non tutti gli psicologi o psichiatri hanno una formazione specifica riguardante tale condizione; pertanto, è necessario rivolgersi alle figure competenti.

L’ADHD rientra nei disturbi del neurosviluppo dal momento che presenta delle basi biologiche nel senso che sono presenti alterazioni genetiche (es. geni DRD4, DAT1) e strutturali (ridotto volume della corteccia prefrontale). Solitamente l’esordio è precoce, ovvero i sintomi sono visibili prima dei 12 anni.  Inoltre, l’ADHD tende a permanere nel tempo: evolve ma non scompare. In presenza di fattori ambientali (es. prematurità, traumi dello sviluppo) si assiste all’interazione con la predisposizione genetica, avendo come effetto la compromissione di un adeguato sviluppo cerebrale. 

Prevalenza e impatto dell’ADHD

Nei bambini l’ADHD Interessa il 5-7% della popolazione scolastica, con maggiore frequenza nei maschi, mentre negli adulti: Colpisce il 2-4%, spesso con sintomi meno evidenti ma più disfunzionali come per esempio gli aspetti di disorganizzazione cronica.  L’ADHD può avere un impatto negativo sul rendimento scolastico, sul lavoro e sulle relazioni, portando a etichette errate come “svogliatezza” o “pigrizia” e rischi psicopatologici come ansia, depressione con conseguente bassa autostima. Una diagnosi precoce è cruciale per evitare conseguenze a lungo termine.

Quali sono i sintomi dell’ ADHD?

Nell’infanzia si riscontra una prevalenza di iperattività motoria, impulsività, disattenzione scolastica. Durante l’adolescenza si nota più uno stato di irrequietezza interna, comportamenti a rischio che possono includere anche l’abuso di sostanze. Infine, in età adulta sono presenti fattori di disorganizzazione, procrastinazione, instabilità lavorativa/affettiva. Le donne sono spesso sottodiagnosticate per la prevalenza di sintomi meno evidenti (per es. disattenzione senza iperattività, o stanchezza cronica). 

Perché si sviluppa l’ ADHD?

L’ADHD sembra derivare da disfunzioni neurochimiche in cui vi è la presenza di un livello inferiore di dopamina e noradrenalina, che regolano attenzione e sistema di ricompensa. Sono presenti anomalie cerebrali ovvero, la rete fronto-striatale meno attiva (controllo esecutivo) e default mode network iperattivo (distraibilità). Infine, bisogna tenere conto di fattori genetici e ambientali: il tasso di ereditarietà può arrivare fino all’80% nei casi gravi, e l’esposizione a tossine in gravidanza rappresenta un altro fattore predisponente.

Ma l’ ADHD si può curare?

Trattandosi di un disturbo del neurosviluppo che, come abbiamo visto, coinvolge anche la biologia del cervello, non possiamo parlare di cura, semmai di trattamento e gestione dei sintomi. Oggi ci si affida a un approccio multimodale. Interventi psicosociali come la  psicoeducazione, e terapie comportamentali sono fondamentali per spiegare il disturbo ai pazienti e ai loro familiari riduce stigma e sensi di colpa.  Per i bambini è opportuno avviare un percorso di “Parent Training” per gestire i comportamenti problematici mentre per la popolazione adulta è molto valido l’approccio CBT (terapia cognitivo comportamentale) per organizzazione e autocontrollo. 

Utilizzo dei farmaci per l’ ADHD

Ovviamente la farmacoterapia apporta un importante contributo mediante l’uso di stimolanti (per esempio metilfenidato, i cui nomi commerciali sono Adderal, Ritalin o Midichinet) che svolgono la funzione di aumento della dopamina/noradrenalina, migliorando attenzione. Ma anche farmaci non stimolanti (atomoxetina): sono un’opzione per chi sviluppa effetti collaterali agli stimolanti come per esempio l’insonnia. Le nuove frontiere di trattamento guardano alla neuromodulazione mediante l’impiego di stimolazioni transcraniche come la tDCS.  Naturalmente la conduzione di uno stile di vita sano e adeguato come l’esercizio fisico, e una dieta ricca di omega-3 contribuiscono al buon equilibrio delle funzioni cerebrali. 

Ma l’ ADHD e i disturbi dello spettro autistico possono coesistere?

Trattandosi come detto di un disturbo del neurosviluppo è possibile che in alcuni casi si riscontri una comorbilità anche con altre condizioni neurobiologiche come i disturbi dello spettro autistico. Vediamo insieme quali sono i punti in comune: 

  • Comorbilità (50-70% dei casi di ASD ha sintomi ADHD). 
  • Alterazioni neurali e squilibri dopaminergici. 
  • Difficoltà emotive e sensoriali. 

Ci sono alcune differenze importanti:

  • L’autismo comporta difficoltà nella comunicazione sociale e comportamenti ripetitivi.
  • L’ADHD è più legato a problemi di organizzazione e controllo degli impulsi.

È fondamentale avere una diagnosi precisa per poter intervenire in modo efficace.

Verso un Futuro Inclusivo nella conoscenza dell’ADHD

L’ADHD è un disturbo complesso ma gestibile, grazie a terapie sempre più personalizzate. La ricerca su biomarcatori e tecnologie innovative promette diagnosi più precise, mentre la crescente consapevolezza sociale aiuta a combattere lo stigma associato. È fondamentale riconoscere le potenzialità legate all’ADHD, come la creatività e la resilienza, per trasformare le sfide in opportunità e costruire un mondo che valorizzi la neurodiversità. È importante non considerare la neurodiversità come un fattore discriminatorio, ma piuttosto come un diverso modo di elaborare la realtà. Ogni individuo ha un modo unico di percepire e interagire con il mondo, e questa diversità può arricchire la nostra società. Promuovere l’inclusione e il rispetto per tutte le forme di neurodiversità è essenziale per creare un ambiente in cui ogni persona possa esprimere il proprio potenziale e contribuire in modo significativo alla comunità. Riconoscere e valorizzare queste differenze ci permette di costruire una società più equa e inclusiva per tutti.

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