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Una mia paziente, giovane artista musicale mi racconta questo: “Dottoressa, la scorsa settimana ho mosso i miei primi passi all’interno del vero mondo degli artisti BIG; non avevo più l’alibi della “newbie” (newbie è un termine anglosassone che indica un neofita, ndr) e quindi sono dovuta andare incontro alla mia prima esperienza da artista “adulta” e mi sono sentita come se non appartenessi a quella realtà; ho la sindrome dell’ impostore! Non ho fans, non ho molti followers sui social media.. una sensazione terribile! Ho iniziato a tremare, non mi usciva la voce…un disastro”. Eccoci qui, ho pensato. Un’altra persona talentuosa, con tutte le carte in regola per raggiungere il meritato successo, che dubita delle sue capacità…Dobbiamo parlarne, le ho detto. E ne parliamo anche qui sul blog perché, ammettiamolo, tutti noi almeno una volta se non frequentemente, siamo stati solleticati dietro l’orecchio dalla vocina sibilante che insinua: “prima o poi scopriranno che sei solo un bluff…tutta fuffa”(come si dice oggi).

Cosa è, e cosa non è la Sindrome dell’Impostore

Con la crescita esponenziale della Performance Culture (la cultura della performance), alimentata a reattori nucleari della pressione sociale verso il successo a tutti i costi, verso la realizzazione personale ma soprattutto economica – “whatever it takes”  – per dirla alla Draghi, veniamo investiti da un insistente senso di inadeguatezza che è stato definito da tempo come “La Sindrome dell’Impostore”. Partiamo dalla premessa che non si tratta di una vera condizione clinica che possiamo trovare all’interno della nosografia, ma al pari della sindrome del colon irritabile (che ha un’indiscutibile correlazione con gli stati emotivi problematici e chi ne soffre ne sa qualcosa), la sindrome dell’impostore è realmente uno stato mentale che può portare con sé anche ripercussioni a livello corporeo e si sa, il corpo non mente mai.

Sindrome dell’Impostore: da Freud alle concezioni moderne

Personalmente non sono mai stata sedotta dall’idea che le persone hanno la segreta volontà di auto-sabotarsi. Il nostro Freud ci parlava di thanatos -la pulsione di morte- come una forza psichica che spinge l’individuo verso la regressione, l’inerzia e, in ultima analisi, l’autodistruzione. Anche se può sembrare un concetto estremo, questa pulsione si manifesterebbe in modi più sottili nella vita quotidiana, tra cui il sabotaggio dei propri obiettivi, il procrastinare, il minimizzare i propri successi o il ripetere schemi autodistruttivi nelle relazioni e nel lavoro. In realtà negli anni questa teoria è stata messa in discussione da molti studiosi (solo per citarne alcuni del suo orientamento: Fromm, 1955; Lacan 1945) i quali ritennero che la pulsione di morte sia un concetto altamente speculativo e metafisico, più vicino alla filosofia che alla scienza. Freud stesso la introdusse come ipotesi per spiegare fenomeni come la ripetizione compulsiva di esperienze traumatiche, ma non fornì prove concrete della sua esistenza. Poi, fortunatamente la Teoria dell’Attaccamento (https://ludovicabedeschi.com/2025/02/17/gli-stili-di-attaccamento-e-le-relazioni-adulte/) ha chiarito molti punti ciechi. Quindi la buona notizia è che non c’è alcun istinto incontrovertibile alla base di questa tendenza, ma che piuttosto alcuni comportamenti autodistruttivi possono essere spiegati meglio con meccanismi più noti, come il condizionamento classico e operante, la neurobiologia del trauma o la regolazione emotiva deficitaria, piuttosto che con una pulsione innata alla distruzione.

Come liberarsi dalla Sindrome dell’impostore?

E come sempre i miei pazienti si chiedono, arriviamo alla fatidica domanda “e quindi? Come me ne libero?”.

Solo un momento. Siamo sicuri che bisogna sempre liberarsi delle situazioni che emotivamente ci fanno sentire scomodi? Prima di passare con un balzo alle (possibili!) soluzioni, chiediamoci da dove nasce questa ansia performativa;

Frughiamo nel nostro bagaglio di esperienze relazionali del passato e chiediamoci:

1) se qualcuno ci ha portato a dubitare della nostra capacità di autoefficacia, 2) se ci sono stati implicitamente imposti degli standard elevati di performance verso i quali abbiamo iniziato a sentirci inadeguati, e quindi per reazione siamo andati in autoprotezione, o infine 3) quanto la Performance Culture ha contribuito alla formazione di questa Sindrome dell’impostore. Smontiamo, vi prego, l’idea che per vivere felici dobbiamo liberarci del giudizio altrui poiché è un’ambizione, oltre che fuorviante, anche neurobiologicamente improbabile. Tutti abbiamo bisogno di interazioni, gli uni con gli altri, anche in termini di giudizio in quanto siamo “esseri intersoggettivi” che interagiscono sulla base di uno scambio continuo di informazioni derivanti dalla reciprocità. Quindi, non sarebbe meglio capire come sfruttare il giudizio degli altri a nostro vantaggio? La Sindrome dell’Impostore ha una valenza smart se usata in nostro favore. Ci spinge a migliorarci, a porci degli interrogativi e ci aiuta a conoscere le nostre vulnerabilità, patrimonio dell’Unesco.

In ultima ottica, ci sono volte in cui la Sindrome dell’impostore deriva da una consapevolezza di essere ancora acerbi, e di necessitare di maggior consolidamento. Il che, non guasta mai. Quindi, per convivere con questa tanto odiata sensazione, si potrebbe partire dall’investimento in sé stessi, dal competere verso obiettivi e non contro le persone;  la sensazione di volersi migliorare, di ambire ad accrescere sé stessi senza logorarsi non dovrebbe generare dubbi sulla propria validità personale, o senso di inadeguatezza; piuttosto starebbe a indicare la saggezza di non sentirsi mai “arrivati” e con fiducia, di portarci a migliorare e consolidare la nostra competenza.

Se la Sindrome dell’Impostore ha colpito anche voi, scrivete un commento e ne parliamo insieme.